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  Interviste a Pietruccio sui giornali e sul web...LEGGI

  N O V I T A'  I N  L I B R E R I A  -  25 marzo 2010

I RAGAZZI DELLA VIA STENDHAL
Ritratto di una generazione

Prefazione di V. Mollica

  I ragazzi della via Stendhal di Pietruccio Montalbetti è il diario di una vita fatto di verità e di utopie, scritto con passione, che si legge come un romanzo.

  E' anche il ritratto di una generazione, come ci dice il sottotitolo, ma è una generazione che vive e si riflette nella storia avventurosa del suo narratore, che ha saputo conservare in ogni pagina del suo raccontare lo sguardo di quand'era ragazzo e lo stupore per tutto quello che la vita gli ha presentato davanti. Stupore che in genere sfuma quando gli anni ci allontanano dalla giovinezza e cominciamo a perderla di vista. In questa storia si specchiano anche cinquant'anni di vita italiana, soprattutto quella voglia di costruire qualcosa impastando sogni e fatica, penso al racconto del giro d'Italia del padre che trovo magnifico.

  Nulla è esagerato, tutto è scritto a misura da Pietruccio, per quello che è stato,con l'attenzione di rispettare e mai spiattellare il privato di una amicizia e di una collaborazione artistica,penso al ritratto veritiero di Lucio Battisti.

  Mi ha colpito molto il lato umano di come si è cementato il gruppo dei Dik Dik,di come dei ragazzi siano riusciti a coltivare la loro utopia musicale, di come siano riusciti a scalare le classifiche stando sempre con i piedi per terra, mai facendosi avvolgere dalle ipocrisie seducenti del mondo dello spettacolo.

  Ho visto di recente un concerto dei Dik Dik a Bergamo, mi ha colpito la loro intatta energia musicale,la voce limpida di Lallo, la loro naturale coralità e un repertorio di canzoni di prima classe. Se avessi letto prima il libro, probabilmente sul palco, ci avrei visto anche quei ragazzi della via Stendhal che Pietruccio Montalbetti, onore al merito,ci ha raccontato con voce sincera, che non si dimentica.

Vincenzo Mollica

PER NON DIMENTICARE

  Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Pietruccio Montalbetti per la prima volta in occasione della realizzazione di quest’opera, anche se, data la mia professione di giornalista e operatore dello showbusiness, mi era già capitato di imbattermi in lui altre volte in passato, ma senza mai incontrarci direttamente, né entrare nel merito di dialoghi o confidenze. Solo qualche rapido sguardo, un cenno di saluto e niente più.

  Di lui mi colpirono l’assenza di tempo, quasi gli anni non fossero affatto passati per questo “eterno ragazzo” della musica italiana che non ha mai smesso, né tantomeno perso la capacità di sognare. Cappello da cow-boy ben piantato in testa, da sempre il simbolo, l’effigie, insostituibile marchio storico dei Dik Dik, capelli argentei portati a coda sul collo, e gli inseparabili pantaloni in pelle nera con tanto di paio di stivaletti al seguito.

  Quegli stessi calzoni che hanno segnato un’epoca, uno stadio irripetibile nonché una fase fondamentale nell’evoluzione non solo del costume, bensì anche della musica in sé (pop o rock poco importa) vera e propria.

  Quegli stessi calzoni che rendevano Pietruccio oggetto di sguardi poco edificanti - e spesso pretesto per sermoni o licenziamenti (come ho avuto modo di apprendere direttamente da lui nel corso della lavorazione di questo libro) - da parte di abitudinari e smunti colleghi in luoghi di lavoro inopportuni, che nulla sapevano o avevano a che fare con il magico mondo delle sette note.

  Quelli che, insieme ad altri importanti elementi forieri di novità allora, quali l’avvento di atmosfere romantiche, leziose e sexy nel cinema d’oltreoceano ben descritte, ad esempio, nel celebre cult su pellicola Quando la moglie è in vacanza, del 1955 firmato dal regista Billy Wilder con protagonista un’avvincente nonché seducente Marylin Monroe nel pieno del proprio splendore, o il rock che con forza irrompeva a destare attenzione e a infrangere gli schemi dell’italico pentagramma, assopito tutto com’era nell’elegante torpore di melodia e affini che da sempre ci contraddistinguono nel mondo, hanno permesso a I Ragazzi della Via Stendhal di diventare e poter a buon diritto essere degnamente considerati il ritratto di una generazione, com’è facile evincere dalla lettura di queste pagine.

  Che trasudano di storia, certo, ma non quella che è facile desumere dai libri di testo o dai saggi di storiografia del periodo compreso fra le due guerre, ma neanche quella artistico-musicale che spesso sa tanto di sterile autocelebrazione evocativa fine a se stessa e bene o male è sotto gli occhi di tutti, alla quale è anche molto facile risalire se vogliamo, data l’abbondanza di possibilità di informazione offerta agli eroi dei nostri giorni dal ridondante pullulare di tv, carta stampata, radio e web.

  E’ un’altra storia a fare la differenza qui, quella umana, che puoi respirare e apprezzare capitolo dopo capitolo, emozione dopo emozione.

  Dopo una partenza difficile, incerta e a volte anche rischiosa, l’universo quotidiano di un giovane in cerca d’autore si tinge di speranza prendendo le mosse sin dalle prime pagine del libro, e muove dal racconto sincero e appassionato degli stenti di cui erano in molti a essere vittime involontarie in quegli anni difficili, e che inevitabilmente non hanno risparmiato neanche il nostro, famiglia e cerchia degli amici e affetti più cari compresa.

  Ma c’è di più. La complessità nell’approvvigionarsi di tutto, l’impossibilità di poter fra mente locale su altro, fossero anche solo fantasie, per via della dura, rigida legge della sopravvivenza che voracemente divora e devasta ogni singolo attimo, frangente e momento del giorno, di molti giorni, sono le premesse di un’opera che in una ricca aneddotica, in descrizioni appassionate e appassionanti quasi al limite del particolare, puntigliose, meticolose fino all’estremo come nel miglior Dostoievskij e nei grandi autori certosini del filone neorealista della letteratura russa - al punto da poter quasi, se solo per un attimo si chiudono gli occhi, essere facilmente confuse con un’istantanea su carta in bianco e nero tipo quelle prodotte dagli apparecchi fotografici antidiluviani dell’epoca - trova le proprie carte migliori.

  Da giocarsi abilmente e spendere al meglio sul tavolo di una narrativa accorata, in cui Pietruccio, oltre che valido musicista, dà prova di essere anche autore dalla penna attenta e raffinata, con l’occhio e il cuore sempre tesi – da buon cronista del quotidiano - a cogliere ogni fremito, ogni piccolo barlume di emozioni, ricordi o sensazioni che possano accendere al lettore una luce credibile e documentata su quella porzione di storia su cui spesso, erroneamente, si pensa sia già stato detto tutto.

  Ma che poi, in fondo, a saperla ben guardare, rivela ampi margini di spazi inesplorati ancora tutti da rivivere e da condividere paideuticamente con chi verrà dopo. Basta soltanto cambiare la prospettiva, perché il vortice della storia non si disperda, ma continui a far riemergere in superficie sprazzi e bagliori di un passato importante, da guardare con gli occhi ammirati della riconoscenza e sul quale, forse, vale davvero francamente la pena di spendere qualche parola in più.

  Scorrono così nitidi e vivi, come fossero fotogrammi in una pellicola, i ricordi della famiglia, zii, cugini e parenti un po’ più lontani, per ciascuno dei quali Pietruccio, da buon investigatore della parola, come nel migliore dei romanzi traccia un profilo capace di renderli ciascuno personaggi in grado di brillare di luce propria, e dal quale traspare con indiscutibile schiettezza quel senso di profonda, composta gratitudine che da sempre appartiene ai grandi uomini, i soli in grado di riconoscere che la verità, in fondo, sta tutta qui: siamo il prodotto di chi ci ha preceduto, e volenti o nolenti, siamo moralmente altrettanto chiamati a tenerne ragionevolmente conto, se realmente cum granu salis vogliamo vivere il presente cum cognitio causae.

  E ancora immagini memorabili fatte di incontri densi di significato, storie condivise di uomini e luoghi, di viaggi e speranza, di impegno e audacia, di momenti a tavola o di situazioni complesse, intricate, talvolta anche pericolose o paradossali: ma pur sempre umane in tutto e per tutto, ed è quello che all’autore interessa maggiormente divulgare.
Questo, in fondo, l’insegnamento maggiore che ho tratto da quest’esperienza al fianco di Pietruccio, in un salto generazionale che affonda le radici nel Secondo Dopoguerra per poi dipanarsi, anche se con un velo di autentica malinconia e positiva nostalgia, sino ai giorni nostri.

  Del resto, sapere è ricordare, insegna Platone, e il tema della memoria è un altro degli aspetti cardine de I Ragazzi della Via Stendhal, nati a cavallo fra povertà estrema, rinascita sociale e boom economico, a cominciare dalle bande rivali con tanto di territori da difendere, di cui il Montalbetti delinea una copiosa testimonianza desunta dalla propria personale esperienza di indiscusso valore storico per un argomento così socialmente e sociologicamente complesso, ma insostituibile nei processi di comprensione del calo evidente nei giovani del Terzo Millennio di quella che gli psicologi e psichiatri sono concordi nel definire all’unisono con termine tecnico motivazione al successo, voglia di arrivare, di sfondare, di tagliare un traguardo e dare così finalmente una svolta alla propria vita. Nonostante gli ostacoli, le avversità e le intemperie, ora burrascose, a volte invece più lievi, che si frappongono fra l’uomo e propri obiettivi durante il cammino di ogni giorno.

  La sana ambizione di una volta, il sogno nascosto - spesso per lo più nutrito dai padri che dai figli - di una vita migliore, con un passo leggermente in avanti rispetto a quella di chi li ha messi al mondo, che oggi troppo spesso lascia vanamente il posto a quel disagio giovanile tanto blasonato, discusso, sfruttato vituperato, di cui ormai sono pieni i media.

  Mala tempora currunt, diceva già al tempo di Roma antica il buon Cicerone alle prese con la famosa congiura del temibile Catilina. Non si sbagliava allora, ma quelle parole risuonano cariche di una indiscussa e indiscutibile attualità.

  In altre parole, e a ben guardare, il panorama, desolante, è questo: futili idee e speranze di vanagloria prive di entusiasmo e costrutto, assenza totale e sconfortante insieme nei cosiddetti ragazzi moderni di paradigmi e punti di riferimento in termini di applicazione e impegno che conducano ad approdi sicuri di successo: negli affetti, nella professione, negli studi, ma soprattutto nelle piccole, semplici gioie della vita di ogni giorno.

  Che, in fondo, sono poi quelle più belle e durature, se solo le si sapessero coltivare con costanza e vero amore.
Non arrendersi, non disperdersi nella frammentarietà delle cose vane, ma saper viaggiare nei cuori e nelle menti, nelle geografie e fra i continenti è l’invito socratico che come un missile parte da quest’opera e dalla sensibilità dell’autore volta ad abbattere le fitte nebbie dell’indifferenza che permeano la quotidianità e oscurano gli animi, affievolendoli e rendendoli spesso insensibili a molto, se non proprio a tutto.

  Ma soprattutto rivolta a chi avrà il piacere di assaporarla poco a poco, pagina dopo pagina, degustandola quasi come si fa con quella riverenza con cui gourmet e sommeiller si accostano rispettivamente a cibi e prodotti tipici che recano su di sé tutto il carico e il peso di un’epoca lontana.

  Perché sia di esempio e monito ai giovani di ieri - per non dimenticare -, e agli adulti di domani per non sbagliare.

  Perché il passato - anche se lontano nel tempo e ideologicamente dall’oggi --divenga risorsa viva, e prosegua idealmente e realmente insieme la propria opera edificatrice anche in futuro e in questo difficile, vacuo presente, nonostante l’imperante lassismo e la crisi di valori che pare aver irrimediabilmente investito questi tempi moderni e che l’autore - ormai raggiunte piena consapevolezza e maturità tanto nella vita quanto nell’arte, condensa in forma di appendice al fondo del libro in una sola, finale domanda scaramanticamente a scongiurare un risposta che, dato lo scenario attuale, parrebbe quasi ovvia: La mia generazione ha perso?, si chiede, parafrasando il titolo di una celebre canzone di Giorgio Gaber, insieme all’intramontabile Fabrizio De Andrè fra gli ultimi veri cantautori-poeti mai esistiti in Italia.

  E se è pur vero che, come diceva qualcuno, la speranza è l’ultima a morire, lo è altrettanto anche ciò: per dirla con il Manzoni, ai posteri l’ardua sentenza. Chi vivrà, vedrà.

Maurizio Scandurra

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